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ANSIA E DEPRESSIONE

A molte persone capita di sentirsi ansiose e depresse: la morte di una persona cara, il licenziamento dal lavoro, il divorzio ed altre situazioni difficili possono portare una persona a sentirsi triste, in solitudine, spaventata, nervosa o ansiosa.

Questi sentimenti costituiscono delle normali reazioni allo stress della vita, ma alcune persone avvertono queste sensazioni ogni giorno o quasi senza alcun motivo apparente, il che rende difficile portare avanti la normale attività quotidiana: chi ne viene colpito può avere un disturbo d’ansia, di depressione, o entrambi.

DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile.

I comportamenti tipici di una persona che soffre di un Disturbo del Comportamento Alimentare sono:

  • Digiuno
  • restrizione dell’alimentazione
  • crisi bulimiche (l’ingestione una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo accompagnata dalla sensazione di perdere il controllo, ovvero non riuscire a controllare cosa e quanto si mangia)
  • vomito autoindotto
  • assunzione impropria di lassativi e/o diuretici al fine di contrastare l’aumento ponderale
  • intensa attività fisica finalizzata alla perdita di peso

Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo alimentare, ci sono infatti dei criteri ben precisi che definiscono cosa si intende per “disturbo del comportamento alimentare”.

I principali Disturbi del Comportamento Alimentare sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa; altri disturbi sono il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (o Binge Eating Disorder; BED), caratterizzato dalla presenza di crisi bulimiche senza il ricorso a comportamenti di compenso e/o di eliminazione per il controllo del peso e i Disturbi Alimentari Non Altrimenti Specificati (NAS), categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che, pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

Soffrire di un disturbo alimentare sconvolge la vita di una persona; sembra che tutto ruoti attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili se non impossibili e motivo di forte ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici o partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio. Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro terminare un compito diventa difficilissimo perché sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “debba” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere un’abbuffata.

Solo una piccola percentuale di persone che soffre di un disturbo alimentare chiede aiuto. Nell’Anoressia Nervosa questo può avvenire perché la persona all’inizio non sempre si rende conto di avere un problema. Anzi, l’iniziale perdita di peso può portare la persona a sentirsi meglio, a ricevere complimenti, a vedersi più magra, più bella e a sentirsi più sicura di sé. In genere sono i familiari che, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va, tuttavia spesso, quando chiedono spiegazioni, si possono trovare nella difficile situazione di essere insultati o liquidati con frasi del tipo “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di Bulimia Nervosa nella maggior parte dei casi si rivolge ad un terapeuta solo molti anni dopo che il disturbo è cominciato. Spesso, come nell’Anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia non solo, il forte senso di vergogna e di colpa possono “impedire” alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi. Il fatto di non riconoscere di avere un problema o di usare i sintomi del disturbo alimentare per cercare di risolvere le proprie difficoltà può avere delle importanti conseguenze sulla richiesta di un trattamento.

Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione della propria immagine corporea che può giungere a configurarsi in un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto, ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembra influenzare la sua vita più della propria immagine reale.

Spesso chi soffre di Anoressia, ad esempio, sembra che non riesca a guardarsi in modo obiettivo; l’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo “grande”. Per le persone che soffrono di bulimia l’angoscia può essere ancora più forte per il fatto che il peso normale è in genere considerato un peso abnorme e viene vissuto con forte disagio e vergogna. In entrambe i casi la valutazione di sé stessi dipende in modo eccessivo dal peso e dalla forma del proprio corpo.

Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio. Questo tipo di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, poiché oltre a “colpire” la mente e quindi a provocare un’intensa sofferenza psichica, essi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi.

DSA (disturbi specifici dell’apprendimento)

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Il centro Eureka! dal 2008 si occupa di diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) ed è accreditata con il livello di eccellenza dalla Regione Marche (decreto num. 175/ACR del 07.06.2018). L’ambiente accogliente, presente nel centro Eureka, mette a proprio agio i ragazzi e crea il contesto favorevole perché si applichino in maniera proficua; ciò è più difficile in un contesto ambulatoriale e medicizzante.

 

Con il termine DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) ci si riferisce ai soli disturbi delle abilità scolastiche ed in particolare a: DISLESSIA, DISORTOGRAFIA, DISGRAFIA e DISCALCULIA. La principale caratteristica di questa categoria è le sue specificità, ovvero il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità (lettura, scrittura, calcolo) lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. Ciò significa che per avere una diagnosi di dislessia, il bambino NON deve presentare: deficit di intelligenza, problemi ambientali o psicologici, deficit sensoriali o neurologici.

Come stabilito dalla Consensus Conference la diagnosi è effettuata da un equipe multidisciplinare composta da Neuropsichiatria, Psicologo e Logopedista mediante specifici test. La diagnosi permette di capire finalmente che cosa sta succedendo ed evitare gli errori più comuni come colpevolizzare il bambino (“non impara perché non si impegna”) che determinano sofferenze e frustrazioni per il bambino.

Al termine degli incontri diagnostici l’equipe redige un referto scritto indicando il motivo dell’invio, i test utilizzati, la diagnosi conclusiva, la possibilità  dell’utilizzo di strumenti compensativi e dispensativi ed il trattamento più opportuno. Tutti questi elementi sono spiegati in maniera chiara e precisa nell’incontro a conclusione della diagnosi. Se il bambino è nel primo ciclo della scuola primaria può essere utile un trattamento di potenziamento delle fragilità individuate; nelle età successive è più utile un intervento di potenzimento metacognitivo che sia centrato sulle strategie di studio da applicare nelle diverse materie scolastiche e sulle abilità di monitoraggio dei processi di comprensione

Contemporaneamente si sostiene la famiglia in quanto il carico dei compiti scolastici resta il problema più gravoso per la famiglia stessa. Per alleggerire questa situazione si può affidare il lavoro scolastico a casa ad una persona estranea alla famiglia, in questo modo si ottengono diversi risultati: miglioramento del clima familiare, riappropriarsi del ruolo di genitore e non di insegnante, ridurre l’ansia della prestazione nel bambino, aumentare l’autostima e la motivazione.

Ottenuta la diagnosi si instaura inoltre una collaborazione tra l’equipe e gli insegnanti e possono essere messi in atto aiuti specifici (trattamenti di potenziamento e di compenso) nonché alcuni semplici provvedimenti della modifica della didattica a favore dei ragazzi contenute nelle direttive Ministeriali (Prot. n. 4099/A/4), come ad esempio la concessione di tempi più lunghi per lo svolgimento delle verifiche, l’uso della calcolatrice e/o del computer. Tali provvedimenti devono essere utilizzati anche negli Esami di Stato.

La letteratura fornisce delle indicazioni rispetto agli elementi che rendono più efficace un intervento di potenziamento:

  • sono più efficaci gli interventi ad alta frequenza: sono presenti risultati migliori se il potenziamento viene fatto in cicli di massimo sei mesi, con esercizi per almeno 2 volte a settimana
  • è importante che accanto al lavoro di esercizio “meccanico”, sia presente un lavoro di consapevolezza delle proprie difficoltà e dei propri punti forza
  • è più efficace un potenziamento programmato, ovvero nel quale si sappia già dall’inizio quali aree devono essere potenziate, con quali strumenti e con quali obiettivi
  • il progetto di potenziamento va calibrato su ogni specifica situazione poiché ogni bambino presenta un profilo unico e differente dagli altri

La scuola ha l’obbligo, in caso di DSA certificato, di redigere un piano didattico personalizzato (PDP) entro determinati termini, che cambiano a seconda della data di presentazione della certificazione.

Per i DSA è previsto dall’INPS, se sussistono determinate condizioni, l’erogazione di un contributo  (indennità di frequenza) fino alla maggiore età del bambino. Per fare richiesta di indennità di frequenza i genitori devono rivolgersi al pediatra portando con sé la diagnosi multidisciplinare effettuata.

Ad oggi si può far riferimento ad una NORMATIVA riguardante i disturbi specifici dell’apprendimento.

DIFFICOLTA’ DI COPPIA

La coppia può essere definita come la storia di un incontro che dura, e che, a partire dalla sua nascita, chiama in causa tre elementi: un io, un tu e un noi.

Nella vita di coppia piccole crisi, circoscritte nel tempo, sono da considerarsi fisiologiche: non è sempre semplice condividere le scelte, accordarsi sulle decisioni importanti, gestire il rapporto con i figli e con le rispettive famiglie d’origine. Il confronto conduce inevitabilmente ad una sana conflittualità.

Si parla di crisi di coppia quando i partner vivono un malessere che dura nel tempo e, nonostante il desiderio di cambiamento, i tentativi di risolvere i problemi non hanno dato esito positivo, e la coppia si trova a vivere in uno stato di disagio, di conflitto, di pesantezza, di incomunicabilità. La crisi di coppia non è mai determinata da un solo evento, ma da un insieme di fattori e ha come tratto distintivo il protrarsi nel tempo.

In queste situazioni, può essere utile una terapia di coppia, un intervento terapeutico che mira ad aiutare i membri della coppia a superare le difficoltà che possono nascere in un periodo del loro ciclo di vita. Le difficoltà incontrate possono riguardare: la comunicazione, la gestione dei figli, conflitti, tradimenti.

La psicoterapia di coppia permette il recupero di modalità più adeguate di comunicazione e di gestione della conflittualità, e aiuta i partner a capire se e come recuperare il loro legame, o decidere per la separazione.

È INDICATA QUANDO:

  • Entrambi i membri della coppia sono disponibili a comprendere che cosa non sta funzionando tra di loro.
  • La relazione di coppia crea disagio e sofferenza nei partner, e/o nei figli.
  • è necessario sostenere il partner/convivente in un momento critico (stress, malattia, perdita del lavoro, disagio psicologico, ecc…).

SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA’

Il sostegno alla genitorialità è un percorso psicologico che aiuta i genitori ad affrontare naturali problematiche legate alla crescita dei loro figli, che possono insorgere in una fase particolare   del ciclo vitale della famiglia (la nascita del primo figlio, le tappe di sviluppo, il passaggio al nido o alla scuola dell’infanzia, i passaggi di scuola, la nascita del fratellino, la separazione…).

L’obiettivo è quello di aiutare la coppia genitoriale a prendere consapevolezza delle proprie risorse e potenzialità, ad accrescere le proprie competenze, a rafforzare la comunicazione e la capacità di gestire i conflitti, a sperimentare modelli alternativi di comportamento.

Il sostegno alla genitorialità è anche utile ai genitori che hanno figli con particolari difficoltà (iperattività, disturbo di apprendimento, immaturità, ritardo cognitivo, …), e sentono il bisogno di acquisire modalità funzionali per accogliere i bisogni speciali dei loro figli.

SOSTEGNO ALLO STUDIO

Questo è uno spazio dedicato allo studio e ai compiti pomeridiani, rivolto ad alunni della scuola primaria e secondaria con DSA o con difficoltà scolastiche. All’interno di questo spazio i ragazzi possono affrontare lo studio e svolgere i loro compiti pomeridiani in un ambiente accogliente e non giudicante, affiancati da personale specializzato.

Gli studenti avranno la possibilità di apprendere strategie di studio funzionali, e di utilizzare gli strumenti compensativi necessari alle esigenze di ognuno, al fine di raggiungere l’autonomia e il benessere scolastico.

Periodicamente vengono effettuati incontri con la famiglia e con la scuola, per condividere obbiettivi e modalità di lavoro.

ADHD (disturbi dell’attenzione e iperattività)

L’attenzione è un concetto complesso utilizzato per descrivere un’ampia varietà di fenomeni sia cognitivi che comportamentali.

La disattenzione o la difficoltà nel mantenere l’attenzione per un periodo prolungato di tempo può manifestarsi in situazioni scolastiche: in compiti che richiedono l’applicazione di processi molto controllati, nei compiti prolungati nel tempo, in attività che richiedono una discreta dose di flessibilità cognitiva e l’uso di strategie.

I bambini con questo problema possono incontrare difficoltà a prestare attenzione ai particolari e possono fare errori di distrazione nel lavoro scolastico, che è spesso disordinato e svolto con poca cura. Spesso, sembra che la testa di questi bambini sia altrove, sembra che non ascoltino o che non abbiano capito quanto è stato appena detto loro. Il bambino con difficoltà a mantenere l’attenzione sembra non ascoltare quando gli si parla, non completa i compiti che gli sono stati assegnati, passa frequentemente da un’attività all’altra senza completarne alcuna, perde il materiale o i suoi giochi, e non riesce a fare i compiti autonomamente.

Il bambino disattento è spesso anche molto impulsivo: l’impulsività si manifesta con un’eccessiva impazienza, difficoltà a controllare le proprie reazioni ed eccessiva velocità nel rispondere alle domande, prima ancora che queste siano state completate. E’ segno di impulsività anche la difficoltà ad aspettare il proprio turno e l’intromettersi inopportunamente tra le altre persone, quando stanno parlando tra di loro. Il bambino impulsivo non tollera l’attesa.  Alcuni bambini impulsivi sembrano rispondere agli stimoli che ricevono dal contesto in modo inappropriato e agiscono senza pensare.

Le difficoltà legate a questo disturbo possono manifestarsi anche nelle interazioni sociali: i problemi possono sorgere in quanto i bambini impulsivi/iperattivi fanno fatica a modificare e controllare le loro reazioni in risposta a dei cambiamenti nei compiti o nelle situazioni; ossia possono trarre conclusioni sbagliate per quanto riguarda le intenzioni altrui, interpretando un’intenzione ostile quando non esiste.

L’intervento può riguardare diversi ambiti:

  • intervento cognitivo con il bambino per aumentare i tempi di attenzione, per ridurre l’impulsività e per imparare strategie di autocontrollo e autoregolazione dei comportamenti
  • intervento sull’ambiente scolastico mirato a spiegare agli insegnanti alcuni accorgimenti (dalla disposizione dell’aula fino alle tecniche di rinforzo) per gestire al meglio l’iperattività del bambino e consentirgli di sfruttare le sue capacità intellettive
  • sostegno ai genitori per aiutarli ad apprendere strategie educative maggiormente efficaci nella gestione dei comportamenti problematici del bambino

LOGOPEDIA

La logopedia è una branca della medicina che si occupa di studiare il linguaggio e le sue eventuali problematiche. Imparare a parlare, infatti, per un bambino non è sempre un percorso facile e naturale. In genere l’acquisizione di questo fondamentale strumento di comunicazione, che distingue l’essere umano dagli altri animali, avviene nei primi anni di vita, e man mano ci si impratichisce sia con la crescita che attraverso il fondamentale contributo scolastico.

Capita talvolta che i bambini siano “vittima” di disturbi della parola. Ma cosa accade quando ci siano delle difficoltà, quando i genitori si accorgano che il loro bimbo tarda a parlare, oppure pronuncia male o in modo incomprensibile anche parole molto semplici? La logopedia e i suoi specialisti esistono proprio per questo, per aiutare i bambini, attraverso semplici esercizi ad hoc, ad appropriarsi del “codice lingua”.

Il logopedista, dunque, è lo specialista che si occupa della “educazione della parola“, della comunicazione, della prevenzione e della cura dei problemi legati al linguaggio. Il principale compito è quello di rieducare le persone a parlare in modo corretto, eliminando difetti di forma o veri e propri disturbi del linguaggio. Le sedute dedicate ai bambini sono molto divertenti. Lo specialista avvicina il piccolo tramite lo strumento del gioco e la collaborazione dei genitori, che dovrebbero partecipare alle sedute e apprendere gli esercizi per poi aiutare il bimbo nel recupero.

QUALI SONO I SEGNALI PER CUI UN GENITORE DOVREBBE RIVOLGERSI AD UN LOGOPEDISTA?

Se si nota che il bambino manifesta alcuni problemi: una volta imparato a parlare, dopo i due anni, i genitori potrebbero accorgersi che i loro piccoli hanno difficoltà a emettere correttamente alcuni suoni o invertono le sillabe. Soprattutto le lettere come la s, z, r, gl, gn creano problemi non indifferenti. Alcuni hanno difficoltà a parlare: non chiudono le frasi correttamente o fanno fatica a esprimere i concetti.

Le problematiche riguardano prevalentemente:

  1. i ritardi dello sviluppo del linguaggio
  2. i difetti di articolazione e di pronuncia
  3. la povertà lessicale e di strutturazione della frase
  4. le disfluenze (balbuzie)
  5. i problemi di voce (disfonie)
  6. la deglutizione deviata legata a mal occlusioni dentali
  7. i disturbi sensoriali legati all’udito
  8. le afasie
  9. le disartrie

Alcuni di questi piccoli disturbi spariscono con la pratica. Se però notate che sono duraturi allora contattate uno specialista.

In caso di balbuzie, ad esempio, l’intervento dello specialista è d’obbligo perché difficilmente questo problema svanisce. Il logopedista con esercizi mirati aiuta il bambino a controllare queste esitazioni, che spesso nascondono problemi legati alla comunicazione. Talvolta, nei casi più complessi, non basta questo tipo di terapia. In questo caso non temiate giudizi, contattate uno psicologo.

IN COSA CONSISTE LA VISITA?

La prima visita logopedica mira alla definizione del problema del bambino, all’instaurare un’alleanza terapeutica con i genitori indispensabile al trattamento e alla programmazione dell’intervento riabilitativo. Le sedute logopediche durano circa 45 minuti, ed il ciclo di terapie varia in base alla patologia riscontrata con verifiche e obiettivi periodici.

NEUROPSICHIATRIA

La Neuropsichiatria Infantile si occupa di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione delle patologie neurologiche, neuropsicologiche e psichiatriche che possono manifestarsi nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, cioè fino ai 18 anni di età, e di tutti i disordini dello sviluppo del bambino nei suoi vari aspetti: psicomotorio, linguistico, cognitivo, intellettivo, relazionale.

NEUROPSICOMOTRICITA’

La Neuropsicomotricità si rivolge a bambini e ragazzi nella fascia d’età 0-16 anni, ma è particolarmente efficace nell’età precoce 0-3 anni e nell’età pediatrica, laddove le abilità pur essendo riconducibili a specifiche aree (motoria, linguistica, etc…) non possono essere disgiunte dalle funzioni di attenzione, percezione, memoria, motivazione e regolazione affettiva.

La caratteristica di questa terapia è rappresentata dal fatto che il suo obiettivo principale è quello di favorire lo sviluppo, l’espressione e l’integrazione armonica delle potenzialità del bambino a livello motorio, affettivo, relazionale e cognitivo, concepite non come sfere separate, ma considerate nell’ottica della “globalità” della persona.

La Neuropsicomotricità è indicata:

  • nei disturbi della coordinazione motoria (impaccio, maldestrezza, disprassia)
  • nei disturbi percettivo motori
  • nei disturbi di sviluppo (ritardo, iperattività, disturbi dell’attenzione) e nei disturbi di apprendimento (ritardo, disgrafia)
  • nelle sindromi genetiche
  • nelle patologie neuromotorie (paralisi celebrali infantili, patologie ortopediche dell’età evolutiva)
  • nei disturbi pervasivi dello sviluppo (disturbi dello spettro autistico) e della regolazione emotivo-comportamentale
  • nella disabilità intellettiva
  • nelle patologie neuropsichiatriche acute e croniche, in tutte quelle situazioni in cui il disturbo
  • origina o coinvolge principalmente la dimensione corporea interattiva

Il Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (T.NP.E.E.) lavora sempre in équipe multidisciplinare e interagisce con neuropsichiatri infantili e altri medici specialisti (es. pediatri), psicologi dell’età evolutiva, altri professionisti della riabilitazione (es: fisioterapisti, logopedisti, ecc), assistenti sociali, insegnanti ed educatori.

Il T.N.P.E.E. lavora in ambito di prevenzione, osservazione/valutazione e terapeutico che nel concreto significa:

  • Effettuare valutazioni delle problematiche del bambino utilizzando i test e la valutazione obiettiva
  • Individuare ed elaborare nell’ équipe multidisciplinare il programma di prevenzione e riabilitazione
  • Attuare interventi riabilitativi utilizzando tecniche specifiche per fascia d’età e diagnosi