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La sentenza del TAR del Lazio riconosce l’unicità della professione di psicologo

LA SENTENZA DEL TAR DEL LAZIO RICONOSCE L’UNICITA’ DELLA PROFESSIONE DI PSICOLOGO
I counselor non hanno alcuna competenza per gestire il disagio psichico, che attiene alla sfera della salute.
Il TAR del Lazio, con la sentenza 13020/2015, ha disposto la cancellazione di Assocounseling dall’elenco delle attività non regolamentate.
La suddetta sentenza dispone che il disagio psichico, anche fuori da contesti clinici, rientra nelle competenze della professione sanitaria dello psicologo e che la gradazione del disagio psichico, dunque, presuppone una competenza diagnostica pacificamente non riconosciuta ai counselors.
Di seguito alcuni estratti della sentenza:
“Il Consiglio Nazionale agisce nella qualità di ente esponenziale degli interessi della categoria degli psicologi, i quali, a loro volta, sono titolari del diritto di esercitare in via esclusiva tutte le attività e le prerogative che la legge istitutiva dell’ordinamento dello psicologo ad essi riserva.
[…]
La legge esclude espressamente le professioni sanitarie dall’ambito delle professioni non organizzate disciplinate dalla legge 4/2013, come anche le attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 cc.
[…]
L’attività di diagnosi del disagio psicologico rientra sempre e comunque pacificamente nelle competenze proprie dello psicologo ai sensi dell’art. 1 L. 56/1989.
[…]
Allo stato della normativa nazionale il trattamento del disagio psichico è attività sanitaria, come indirettamente, ma significativamente, confermato dall’emissione dei pareri del Consiglio Superiore di Sanità, come anche dall’inquadramento degli psicologi nelle piante organiche delle unità sanitarie locali (v. DPCM 13 dicembre 1995), nonché dalla vigilanza del Ministero della salute sull’Ordine Nazionale degli Psicologi.”

Fonte: www.psy.it

Legger…issimo! Attività di potenziamento delle abilità di letto-scrittura in piccoli gruppi

ATTIVITA’ DI POTENZIAMENTO DELLE ABILITA’ DI LETTO-SCRITTURA IN PICCOLI GRUPPI

A CHI È RIVOLTO: a tutti gli studenti della scuola primaria che hanno un DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) o che vogliono allenare le abilità di letto-scrittura.

COME: Le attività di potenziamento si svolgeranno in piccoli gruppi omogenei per fasce di età e aree da rafforzare. Ogni incontro ha una durata di un’ora e mezza.

QUANDO: A partire dal mese di gennaio 2016

DOVE: Presso il Centro “Eureka!”, sito ad Osimo, in Via Montefanese 24.

OBIETTIVI:

  • Migliorare le abilità di lettura
  • Rafforzare le abilità ortografiche (doppie, accenti, omissioni, sostituzioni ecc…)

REFERENTI: Dott.ssa M. Paciotti, psicologa; dott.ssa L. Pavone psicologa-psicoterapeuta

PER INFO E COSTI: 328 8222474

NORMATIVA

Il tema della dislessia e degli altri Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) è stato oggetto, a partire dal 2004, di alcune note ministeriali contenenti varie indicazioni operative:

Nota ministeriale n. 4099 del 05 ottobre 2004
iniziative relative alla dislessia

Nota ministeriale n. 26 del 05 gennaio 2005
iniziative relative alla dislessia

Nota ministeriale n. 1787 del 01 marzo 2005
Esami di Stato 2004-2005 – Alunni affetti da dislessia

Nota ministeriale n. 4674 del 10 maggio 2007
Disturbi di apprendimento – Indicazioni operative

C.M. n click now. 28 del 15 marzo 2007
Esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione nelle scuole statali e paritarie per l’anno scolastico 2006-2007. Per quanto riguarda gli alunni con DSA si veda in particolare il punto 4.

Ordinanza Ministeriale n.26 del 15 marzo 2007
Istruzioni e modalità organizzative ed operative per lo svolgimento degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore nelle scuole statali e non statali. Anno scolastico 2006/2007.
Per quanto riguarda gli alunni con DSA si veda in particolare l’art. 12, 7° comma, quarto punto.

Legge n. 170 del 08 ottobre 2010

Linee guida sui DSA allegate al D.M. del 12 luglio 2011

Consensus Conference
Linee guida per la diagnosi e il trattamento dei DSA

DEPRESSIONE

La depressione è un’alterazione del tono dell’umore caratterizzata da un senso di tristezza continuo e pervasivo. La tristezza della depressione non è episodica ma stabile, accompagnando chi ne soffre per settimane, mesi e talvolta anche anni. Nella maggior parte dei casi la depressione nasce a seguito di un evento negativo quale un lutto, un licenziamento, la fine di una relazione. In questi casi si parla di depressione reattiva. Quando non si è in grado di individuare alcuna causa all’origine della sofferenza, si parla di depressione endogena.
Il disturbo depressivo è la prima causa di disfunzionalità nei soggetti tra i 14 e i 44 anni di età, inoltre è in continua crescita. Si tratta di una vera e propria epidemia moderna.
I suoi effetti possono essere molto gravi, compromettendo il funzionamento psicosociale, e talvolta anche letali conducendo al suicidio. Inoltre il disturbo depressivo è caratterizzato da ricorrenza, per cui chi ne ha sofferto una volta può rimanere vulnerabile e nel corso della vita si potrebbero presentare altri episodi.
A tutti capita di sentirsi tristi, di vivere momenti di difficoltà o di aver subito gravi perdite personali che fanno sentire scoraggiati, demotivati e stanchi. Quando però tali periodi si prolungano e cominciano a pesare occorre fermarsi a capire se si sta vivendo un momento di depressione. Si riporta di seguito un elenco dei sintomi più frequenti:
• Sensazione di tristezza continua o di vuoto
• Stanchezza, mancanza di energia, apatia
• Perdita di interesse o di piacere per le attività quotidiane
• Difficoltà a mantenere le relazioni sociali e affettive
• Insonnia o ipersonnia: problemi ad addormentarsi, risveglio di mattina molto presto ed eccessiva voglia di dormire
• Aumento o diminuzione dell’appetito
• Pianto frequente o eccessivo
• Difficoltà di concentrazione e/o di memoria
• Difficoltà nel prendere decisioni
• Sensazione di essere inutile, negativo
• Disperazione
• Irritabilita’
• Pensieri di morte o fantasie suicide
Nella mente di una persona che sta soffrendo di depressione si innesca, a volte, un circolo vizioso. Il cervello umano lavora, difatti, con l’obiettivo di trovare una soluzione alla tristezza vissuta e per questo pensa e ripensa agli errori del passato, ed a come questi hanno condotto alla situazione attuale. Tale ricerca non fa che riportare alla mente ricordi spiacevoli che amplificano l’umore depresso, inoltre innescano un profondo senso di colpa per l’errore commesso costituendo un ulteriore aggravio.
Inoltre, il modo di riflettere durante la depressione è peculiare in quanto si basa su atteggiamenti disfunzionali e controproducenti: se stessi, i propri difetti e il proprio modo di comportarsi sono oggetto di una feroce autocritica che porta a considerarsi come sbagliati o “falliti”. Anche le relazioni con gli altri sono valutate con gli occhiali neri della depressione e sembrano non soddisfacenti e ragionando in questi termini le previsioni riguardanti il futuro finiscono per diventare negative. A questo si aggiunge una forte stanchezza fisica che limita la vita quotidiana e la possibilità di cambiare. Ci si ritrova infine intrappolati tra un passato che non si può modificare ed un futuro senza speranze.
La Psicoterapia rappresenta un modo scientificamente validato per intervenire nelle situazioni di depressione, in quanto permette di modificare il modo in cui la mente involontariamente costruisce e mantiene la propria stessa sofferenza. A volte è necessario associare la psicoterapia ai farmaci antidepressivi o ai regolatori dell’umore, soprattutto nelle forme moderate-gravi.
L’obiettivo della psicoterapia è di uscire dal circolo vizioso che mantiene il dolore e modificare il modo di vedere se stessi, gli altri ed il proprio futuro riconquistando fiducia, speranza e voglia di vivere.

ANSIA

L’ansia, sembra quasi scontato dirlo, è un’emozione, come la rabbia, la gioia, la tristezza, la paura, ecc. Come tutte le emozioni, anch’essa è funzionale alla nostra vita, in quanto preannuncia uno stato di pericolo, e permette al nostro organismo di farvi fronte.
L’ansia spesso spaventa perché si manifesta con sintomi fisici anche intensi (tachicardia, senso di soffocamento, nausea, vomito, diarrea, tremori, vertigini, testa vuota, capogiri, sensazione di assenza, insonnia, alterazioni dell’appetito, ecc.). Se ci riflettiamo un attimo, tutte le emozioni, anche la gioia o la rabbia, si esprimono sul piano fisico, solo che di queste non ce ne preoccupiamo.
Ecco che quindi, nel mantenimento dell’ansia gioca un ruolo fondamentale il nostro pensiero, le nostre interpretazioni catastrofiche di questi sintomi (sto impazzendo, è un infarto, sto svenendo, farò una figuraccia, mi sta venendo un ictus, ecc) spesso spaventosi, e i comportamenti che mettiamo in atto per proteggerci o rassicurarci (assumere farmaci, non andare più in certi posti, non uscire da soli, non prendere il bus, ecc) informative post. Purtroppo, quanto più ci concentriamo sui sintomi o sui segnali del nostro corpo, tanto più essi si amplificano. Alla lunga, tutto questo rafforza la paura e l’ansia si cronicizza, crediamo di proteggere noi stessi ma in realtà rafforziamo l’ansia. Così facendo poi togliamo fiducia a noi stessi e alle nostre capacità autonome di reagire.
L’ansia è un’emozione che anticamente serviva ai nostri antenati preistorici a proteggerli dai pericoli; insomma, è come se oggi avessimo un sistema di allarme dentro di noi sempre attivo che può scattare. Alcune persone, in seguito a periodi di forte stress, per temperamento, per altri motivi legati ad esperienze di vita o di apprendimento, hanno un allarme molto sensibile, che scatta facilmente anche senza un motivo apparente (in realtà c’è sempre un motivo che scatena una crisi d’ansia o un attacco di panico anche se la persona non se ne rende conto).
Quindi, in effetti accade quanto segue: ci troviamo in una situazione o pensiamo qualcosa che ci appare come minaccioso, proviamo ansia, arrivano i sintomi fisici, li interpretiamo come qualcosa di preoccupante (invece sono perfettamente normali), li vediamo come un problema di salute serio, questo ci provoca ansia maggiore che ovviamente fa accrescere i sintomi fisici e così via. Il circolo vizioso si alimenta e spesso sfocia in un vero e proprio attacco di panico.
Purtroppo una volta che il corpo si è attivato necessita di qualche minuto per acquietarsi, quei minuti però possono diventare ore se continuiamo ad agitarci e a preoccuparci.
Il disturbo d’ansia può manifestarsi in un qualunque momento della vita, spesso in corrispondenza di periodi di transizione particolarmente critici o quando ci si trova di fronte a scelte difficili. Per contrastare il disturbo d’ansia è utile una psicoterapia, nel caso in cui ci fosse un elevato livello di gravità si può ricorrere anche ad una terapia farmacologica in associazione ai colloqui psicologici.

ANSIA E DEPRESSIONE

A molte persone capita di sentirsi ansiose e depresse: la morte di una persona cara, il licenziamento dal lavoro, il divorzio ed altre situazioni difficili possono portare una persona a sentirsi triste, in solitudine, spaventata, nervosa o ansiosa.

Questi sentimenti costituiscono delle normali reazioni allo stress della vita, ma alcune persone avvertono queste sensazioni ogni giorno o quasi senza alcun motivo apparente, il che rende difficile portare avanti la normale attività quotidiana: chi ne viene colpito può avere un disturbo d’ansia, di depressione, o entrambi.

DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile.

I comportamenti tipici di una persona che soffre di un Disturbo del Comportamento Alimentare sono:

  • Digiuno
  • restrizione dell’alimentazione
  • crisi bulimiche (l’ingestione una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo accompagnata dalla sensazione di perdere il controllo, ovvero non riuscire a controllare cosa e quanto si mangia)
  • vomito autoindotto
  • assunzione impropria di lassativi e/o diuretici al fine di contrastare l’aumento ponderale
  • intensa attività fisica finalizzata alla perdita di peso

Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo alimentare, ci sono infatti dei criteri ben precisi che definiscono cosa si intende per “disturbo del comportamento alimentare”.

I principali Disturbi del Comportamento Alimentare sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa; altri disturbi sono il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (o Binge Eating Disorder; BED), caratterizzato dalla presenza di crisi bulimiche senza il ricorso a comportamenti di compenso e/o di eliminazione per il controllo del peso e i Disturbi Alimentari Non Altrimenti Specificati (NAS), categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che, pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

Soffrire di un disturbo alimentare sconvolge la vita di una persona; sembra che tutto ruoti attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili se non impossibili e motivo di forte ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici o partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio. Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro terminare un compito diventa difficilissimo perché sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “debba” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere un’abbuffata.

Solo una piccola percentuale di persone che soffre di un disturbo alimentare chiede aiuto. Nell’Anoressia Nervosa questo può avvenire perché la persona all’inizio non sempre si rende conto di avere un problema. Anzi, l’iniziale perdita di peso può portare la persona a sentirsi meglio, a ricevere complimenti, a vedersi più magra, più bella e a sentirsi più sicura di sé. In genere sono i familiari che, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va, tuttavia spesso, quando chiedono spiegazioni, si possono trovare nella difficile situazione di essere insultati o liquidati con frasi del tipo “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di Bulimia Nervosa nella maggior parte dei casi si rivolge ad un terapeuta solo molti anni dopo che il disturbo è cominciato. Spesso, come nell’Anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia non solo, il forte senso di vergogna e di colpa possono “impedire” alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi. Il fatto di non riconoscere di avere un problema o di usare i sintomi del disturbo alimentare per cercare di risolvere le proprie difficoltà può avere delle importanti conseguenze sulla richiesta di un trattamento.

Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione della propria immagine corporea che può giungere a configurarsi in un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto, ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembra influenzare la sua vita più della propria immagine reale.

Spesso chi soffre di Anoressia, ad esempio, sembra che non riesca a guardarsi in modo obiettivo; l’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo “grande”. Per le persone che soffrono di bulimia l’angoscia può essere ancora più forte per il fatto che il peso normale è in genere considerato un peso abnorme e viene vissuto con forte disagio e vergogna. In entrambe i casi la valutazione di sé stessi dipende in modo eccessivo dal peso e dalla forma del proprio corpo.

Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio. Questo tipo di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, poiché oltre a “colpire” la mente e quindi a provocare un’intensa sofferenza psichica, essi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi.

DSA (disturbi specifici dell’apprendimento)

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Il centro Eureka! dal 2008 si occupa di diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) ed è accreditata con il livello di eccellenza dalla Regione Marche (decreto num. 175/ACR del 07.06.2018). L’ambiente accogliente, presente nel centro Eureka, mette a proprio agio i ragazzi e crea il contesto favorevole perché si applichino in maniera proficua; ciò è più difficile in un contesto ambulatoriale e medicizzante.

 

Con il termine DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) ci si riferisce ai soli disturbi delle abilità scolastiche ed in particolare a: DISLESSIA, DISORTOGRAFIA, DISGRAFIA e DISCALCULIA. La principale caratteristica di questa categoria è le sue specificità, ovvero il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità (lettura, scrittura, calcolo) lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. Ciò significa che per avere una diagnosi di dislessia, il bambino NON deve presentare: deficit di intelligenza, problemi ambientali o psicologici, deficit sensoriali o neurologici.

Come stabilito dalla Consensus Conference la diagnosi è effettuata da un equipe multidisciplinare composta da Neuropsichiatria, Psicologo e Logopedista mediante specifici test. La diagnosi permette di capire finalmente che cosa sta succedendo ed evitare gli errori più comuni come colpevolizzare il bambino (“non impara perché non si impegna”) che determinano sofferenze e frustrazioni per il bambino.

Al termine degli incontri diagnostici l’equipe redige un referto scritto indicando il motivo dell’invio, i test utilizzati, la diagnosi conclusiva, la possibilità  dell’utilizzo di strumenti compensativi e dispensativi ed il trattamento più opportuno. Tutti questi elementi sono spiegati in maniera chiara e precisa nell’incontro a conclusione della diagnosi. Se il bambino è nel primo ciclo della scuola primaria può essere utile un trattamento di potenziamento delle fragilità individuate; nelle età successive è più utile un intervento di potenzimento metacognitivo che sia centrato sulle strategie di studio da applicare nelle diverse materie scolastiche e sulle abilità di monitoraggio dei processi di comprensione

Contemporaneamente si sostiene la famiglia in quanto il carico dei compiti scolastici resta il problema più gravoso per la famiglia stessa. Per alleggerire questa situazione si può affidare il lavoro scolastico a casa ad una persona estranea alla famiglia, in questo modo si ottengono diversi risultati: miglioramento del clima familiare, riappropriarsi del ruolo di genitore e non di insegnante, ridurre l’ansia della prestazione nel bambino, aumentare l’autostima e la motivazione.

Ottenuta la diagnosi si instaura inoltre una collaborazione tra l’equipe e gli insegnanti e possono essere messi in atto aiuti specifici (trattamenti di potenziamento e di compenso) nonché alcuni semplici provvedimenti della modifica della didattica a favore dei ragazzi contenute nelle direttive Ministeriali (Prot. n. 4099/A/4), come ad esempio la concessione di tempi più lunghi per lo svolgimento delle verifiche, l’uso della calcolatrice e/o del computer. Tali provvedimenti devono essere utilizzati anche negli Esami di Stato.

La letteratura fornisce delle indicazioni rispetto agli elementi che rendono più efficace un intervento di potenziamento:

  • sono più efficaci gli interventi ad alta frequenza: sono presenti risultati migliori se il potenziamento viene fatto in cicli di massimo sei mesi, con esercizi per almeno 2 volte a settimana
  • è importante che accanto al lavoro di esercizio “meccanico”, sia presente un lavoro di consapevolezza delle proprie difficoltà e dei propri punti forza
  • è più efficace un potenziamento programmato, ovvero nel quale si sappia già dall’inizio quali aree devono essere potenziate, con quali strumenti e con quali obiettivi
  • il progetto di potenziamento va calibrato su ogni specifica situazione poiché ogni bambino presenta un profilo unico e differente dagli altri

La scuola ha l’obbligo, in caso di DSA certificato, di redigere un piano didattico personalizzato (PDP) entro determinati termini, che cambiano a seconda della data di presentazione della certificazione.

Per i DSA è previsto dall’INPS, se sussistono determinate condizioni, l’erogazione di un contributo  (indennità di frequenza) fino alla maggiore età del bambino. Per fare richiesta di indennità di frequenza i genitori devono rivolgersi al pediatra portando con sé la diagnosi multidisciplinare effettuata.

Ad oggi si può far riferimento ad una NORMATIVA riguardante i disturbi specifici dell’apprendimento.

DIFFICOLTA’ DI COPPIA

La coppia può essere definita come la storia di un incontro che dura, e che, a partire dalla sua nascita, chiama in causa tre elementi: un io, un tu e un noi.

Nella vita di coppia piccole crisi, circoscritte nel tempo, sono da considerarsi fisiologiche: non è sempre semplice condividere le scelte, accordarsi sulle decisioni importanti, gestire il rapporto con i figli e con le rispettive famiglie d’origine. Il confronto conduce inevitabilmente ad una sana conflittualità.

Si parla di crisi di coppia quando i partner vivono un malessere che dura nel tempo e, nonostante il desiderio di cambiamento, i tentativi di risolvere i problemi non hanno dato esito positivo, e la coppia si trova a vivere in uno stato di disagio, di conflitto, di pesantezza, di incomunicabilità. La crisi di coppia non è mai determinata da un solo evento, ma da un insieme di fattori e ha come tratto distintivo il protrarsi nel tempo.

In queste situazioni, può essere utile una terapia di coppia, un intervento terapeutico che mira ad aiutare i membri della coppia a superare le difficoltà che possono nascere in un periodo del loro ciclo di vita. Le difficoltà incontrate possono riguardare: la comunicazione, la gestione dei figli, conflitti, tradimenti.

La psicoterapia di coppia permette il recupero di modalità più adeguate di comunicazione e di gestione della conflittualità, e aiuta i partner a capire se e come recuperare il loro legame, o decidere per la separazione.

È INDICATA QUANDO:

  • Entrambi i membri della coppia sono disponibili a comprendere che cosa non sta funzionando tra di loro.
  • La relazione di coppia crea disagio e sofferenza nei partner, e/o nei figli.
  • è necessario sostenere il partner/convivente in un momento critico (stress, malattia, perdita del lavoro, disagio psicologico, ecc…).

SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA’

Il sostegno alla genitorialità è un percorso psicologico che aiuta i genitori ad affrontare naturali problematiche legate alla crescita dei loro figli, che possono insorgere in una fase particolare   del ciclo vitale della famiglia (la nascita del primo figlio, le tappe di sviluppo, il passaggio al nido o alla scuola dell’infanzia, i passaggi di scuola, la nascita del fratellino, la separazione…).

L’obiettivo è quello di aiutare la coppia genitoriale a prendere consapevolezza delle proprie risorse e potenzialità, ad accrescere le proprie competenze, a rafforzare la comunicazione e la capacità di gestire i conflitti, a sperimentare modelli alternativi di comportamento.

Il sostegno alla genitorialità è anche utile ai genitori che hanno figli con particolari difficoltà (iperattività, disturbo di apprendimento, immaturità, ritardo cognitivo, …), e sentono il bisogno di acquisire modalità funzionali per accogliere i bisogni speciali dei loro figli.